
CULTURA E SPETTACOLI - (MARTEDÌ 10 OTTOBRE 2000)
Un giovane etnologo italiano ha affrontato la cerimonia rituale d'iniziazione dei Baka.
Il suo racconto
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L'antica popolazione lotta per sopravvivere contro le multinazionali del legno e il virus dell'Aids
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Un gruppo di giovani Pigmei Baka, che vivono nel Sud del Camerun, quasi al confine con il Congo: sono i «fratelli» di Mauro Campagnoli, appartengono al medesimo clan nel quale è entrato dopo l'iniziazione
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COSI' SONO DIVENTATO UN PIGMEO
di Mauro Campagnoli
Quando lo spirito della foresta ti guarda, da sotto il suo vestito di foglie, e sta per avventarsi su di te, allora capisci di essere andato oltre, e di non poter più tornare indietro.
Atemè, mio inseparabile compagno di viaggio, camminava lentamente sotto la luna. Da un luogo lontano e segreto, nell'oscurità infinita, giungevano le poliritmie ovattate dei tamburi e le grida dei miei fratelli pigmei. Fu allora che una mano fredda sfiorò il mio corpo nudo e intirizzito, accartocciato per terra, tra le foglie di banano. Non ero sicuro di essere sveglio. Atemè mi sfiorò una spalla e disse, nel suo francese incerto: «Adesso è ora di morire». Mi svegliai completamente.
Non sapevo bene cosa sarebbe successo e cosa avrei dovuto fare. O non fare. E poi non mi sentivo affatto pronto. Avrei voluto chiedere tante cose, ma non mi uscì una parola. Anzi, mi parve di capire che bisognava fare in fretta, che tra poco sarebbe sorto il sole, che forse i villageois erano già in cammino e stavano per trovare il nostro accampamento.
I villageois: così i pigmei chiamano le popolazioni nere stanziate lungo le piste che attraversano la foresta. Per cinque giorni avevano cercato di raggiungerci, per poter vedere con i propri occhi quello che anche altri gruppi di pigmei stentavano a credere: un bianco seminudo che danza nella foresta e che vuole diventare un pigmeo. Per un gigante nero che sogna una vita da europeo e che disprezza quei piccoli omuncoli della foresta non deve essere facile da capire... Ma non era facile nemmeno per me.
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Così bisognava sbrigarsi e fare tutto nel massimo della segretezza, come sempre. Mi alzai in fretta e lanciai uno sguardo ai miei compagni di iniziazione. Erano visibilmente impauriti, e anche loro mi guardavano di tanto in tanto, come per sondare il mio stato d'animo. Tutta la sicurezza e la tranquillità, che avevano stupito il villaggio nei giorni precedenti, iniziarono ad abbandonarmi. Ma non c'era tempo neanche per pensare. In un minuto uscii dalla capanna e mi misi in fila con gli altri.
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Mauro Campagnoli durante un rituale nella capanna dell'iniziazione
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E allora vidi Jengi, il più potente e temuto spirito della foresta, bellissimo e terribile, che ci aspettava impaziente. Coperto completamente da un vestito fatto di lunghe fibre di palma, ci avrebbe condotto in un luogo dal quale non saremmo più tornati. Così ci era stato detto. Presto mi trovai nella vegetazione, lungo un sentiero strettissimo che sprofondava nella nebbia. La terra umida, sotto i piedi nudi, era ancora più dura e fredda del solito. Il suono dei tamburi si fece più forte, e in poco tempo giungemmo in una zona segreta e protetta. Ero andato troppo oltre, e non potevo più tornare indietro. L'infinita curiosità che mi aveva sorretto per tante settimane non sarebbe più bastata.
Davanti a Jengi sei fragile e solo. Solo come non sei mai stato in tutta la tua vita. In questi momenti scopri cose di te che non puoi immaginare, e trovi forze segrete che non sapevi di avere. Come la voglia di vivere, una sete di vita immensa che ti pervade e ti sostiene, anche nella disperazione. La luce azzurra della luna, filtrata dalla nebbia, si rifletteva sul corpo vegetale dello spirito, immobile, esaltandone le forme sovrumane. Ci guardava, attraverso il suo impenetrabile vestito di foglie. Non potevamo vedere i suoi occhi ma sentivamo che ci stava fissando. Improvvisamente Jengi si animò...
Ora che tutto è finito, Atemè mi racconta della sua iniziazione, di come Jengi gli ha divorato il fegato per poi farlo rinascere finalmente uomo. Proprio come è successo a me qualche giorno fa. Ma sono passati trent'anni, per lui. A quei tempi si poteva morire davvero durante l'iniziazione, non solo ritualmente. Era più feroce di adesso, però anche oggi si può morire... Camminiamo lungo i sentieri della foresta e di tanto in tanto attraversiamo un accampamento. I pigmei escono dalle loro capanne e gridano per salutarmi, con una gioia che non posso descrivere. Anche se non li riconosco, intuisco che mi hanno visto e spiato durante l'iniziazione, in centinaia, per giorni e giorni. «Nga gòe!» stanno gridando. Arrivederci!
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Attesa
nella capanna
degli iniziandi
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È strano come cambia il nostro modo di vedere le cose e di pensare i rapporti. Ero venuto in Camerun per studiare la musica e le danze di un popolo di cacciatori-raccoglitori tra i più misteriosi e affascinanti del mondo, disperso in una foresta delle più impenetrabili: i pigmei Baka. Ho vissuto per alcuni mesi insieme a loro, cacciando, pescando, cercando il cibo sottoterra, ma soprattutto suonando, cantando e registrando la loro musica stupenda...
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Ho girato la foresta in lungo e in largo per trovare strumenti musicali e danze tradizionali. Ora che ho fatto questa iniziazione con loro, ora che sono un po' uno di loro, che mi hanno accettato come un loro fratello, mi sembra di essere vissuto sempre qui, mi sembra naturale e ovvia ogni più piccola azione quotidiana nella foresta. E quando mi sorridono e mi salutano alzando le braccia e gridando da lontano mi si stringe il cuore, e vorrei restare con loro ancora un po'.
Quello che è successo nei rituali segreti dell'iniziazione rimarrà un segreto. Quello che ho visto, quello che ho vissuto e che mi è stato detto, non potrò raccontarlo, perché ogni ragazzo giura davanti allo spirito di non rivelare queste cose a nessun uomo che non sia anch'egli iniziato, e meno che mai a una donna. Rispettare questo segreto mi sembra il minimo che possa fare per i miei amici, che mi hanno accolto e protetto con un entusiasmo e un affetto infiniti.
Resta molta nostalgia e anche molta amarezza: infatti, la maggior parte delle usanze e dei rituali che ho potuto documentare durante il mio viaggio stanno scomparendo sotto l'azione di molteplici fattori. Primo fra tutti l'inesorabile distruzione della foresta operata dalle compagnie del legno occidentali, anche italiane, che stanno tagliando dappertutto senza regole. Continuando così, la foresta sarà destinata a scomparire in pochi anni, forse una decina, e con essa i pigmei Baka, per i quali la foresta costituisce non solo la principale riserva di cibo ma anche un orizzonte simbolico e culturale imprescindibile.
Inoltre, i pigmei sono decimati dalle molte malattie virali (tra cui l'Aids) che rendono impotente la loro medicina tradizionale e di cui spesso non sono neanche informati. Essi vengono sfruttati dalle popolazioni bantu (i villageois) che li considerano poco più che scimmie, e che li pagano per le loro prestazioni nelle piantagioni quasi esclusivamente con alcool e tabacco. E per di più, il governo camerunense ha vietato ai pigmei di vivere e di cacciare in piena foresta, per riservare la selvaggina ai safari dei ricchi cacciatori occidentali.
Un giorno Atemè, grande cacciatore pigmeo e mio inseparabile amico, vedendomi un po' triste e preoccupato per il suo popolo, mi ha detto: «Mauro, bí-lè, yùwà te mò (amico mio, tu sei triste)... Non preoccuparti per noi. Noi viviamo a contatto con la sofferenza e con la morte tutti i giorni. Magari quando tornerai a trovarci, perché so che tornerai, ti diranno che non ci siamo più, che siamo tutti morti. Se non è oggi sarà domani. È la vita».
La sera, guardando la luna o riascoltando i canti dei miei amici Baka, sento qualcosa che mi chiama e che si agita dentro di me. Quando lo spirito della foresta ti guarda, da sotto il suo vestito di foglie, e ti chiama, allora capisci di essere parte della foresta, e di non poter più tornare indietro.
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Nella foresta: ecco perché ci sono andato
di Carlo Grande
Mauro Campagnoli è il primo bianco, ci ha detto, cui i pigmei Baka, che vivono nelle foreste sudorientali del Camerun, abbiano concesso di partecipare a un eccezionale rito di iniziazione: quello per diventare un membro della loro tribù.
Grazie alla Missione etnologica italiana in Africa equatoriale (diretta da Francesco Remotti), con i finanziamenti del Dipartimento di Antropologia culturale e con una borsa di studio del Centro piemontese di studi africani, la primavera scorsa Mauro si è addentrato nella foresta: «Ho superati i posti di blocco della polizia camerunese - ci ha raccontato - sempre a caccia degli avventurieri cui fanno gola le numerose miniere d'oro e di diamanti, ho raggiunto un villaggio di una trentina di pigmei, per metà bambini, gli altri equamente divisi tra maschi e femmine, più due vecchi di 65 anni».
Qui è rimasto oltre due mesi, accolto come un figlio, un fratello. Ha cantato e suonato con loro, lui, che studia per diventare compositore, creatore di musica. «I pigmei - ricorda - sono cantanti straordinari, cantano di giorno quando raccolgono il cibo, la sera quando lo dividono equamente, e di notte nella foresta, con la luna piena: usano la tecnica dello "yodel" (tecnica vocale diffusa anche nella musica popolare europea) con grande senso del ritmo e della polifonia; cantano a centinaia, ognuno con variazioni e improvvisazioni». La ricerca etnomusicologica di Campagnoli è così diventata un'esperienza profonda e sconvolgente (illustrata anche da un sito internet) che fa pensare al celebre libro di un altro antropologo, Carlos Castaneda, intitolato A scuola dallo stregone.
Mauro, durante l'iniziazione, ha patito il freddo, la fame e la sete, ha convissuto con ragni e scarafaggi giganti. Ma i «parenti» pigmei (madri e sorelle) l'hanno assistito amorevolmente, spalmandogli il corpo di olio e di un'essenza di corteccia rossa. La notte prima della partenza l'ha passata in bianco: i pigmei hanno cantato in continuazione pezzi tristissimi, implorandolo di rimanere tra loro: «Bellissimo e angosciante», ci ha detto. E gli brillavano gli occhi, perché ormai la metropoli gli sta stretta e non vede l'ora di tornare nella foresta.
carlo.grande@lastampa.it
Carlo Grande, scrittore e giornalista de La Stampa, è autore di diversi libri tra cui I cattivi elementi, storie di acqua, di fuoco, di terra e di vento, 4 racconti su temi ambientali, edito da Fernandel, La via dei lupi. Storia di una ribellione nel Medioevo romantico e crudele, e La cavalcata selvaggia, Edizioni Ponte alle Grazie.
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